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Gli uomini cipresso di cui l’umanità ha bisogno

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Dinanzi a un’insoddisfazione profonda è richiesta un’innovazione profonda, che spesso ricerchiamo in nuove tecnologie, nei social network, nelle forme di intelligenza artificiale, dimenticandoci la più grande banalità irrealizzata della storia che potrebbe rappresentarla: il benessere di tutti e di ciascuno

Parafrasando un’espressione di Aldo Cazzullo, che ha dato anche il titolo a un suo recente libro ma declinandone un’accezione diversa della stessa rispetto a come viene valorizzata nell’opera de quo, “quando eravamo padroni del mondo”, anzi meglio, se fossimo realmente padroni del mondo, ci comporteremmo agli antipodi di come ci comportiamo nella società odierna.

È noto che si contano su poche dita e in poche mani gli uomini più ricchi e potenti al mondo, tanto potenti da esser narrati solo per le differenze di reddito con il resto dell’umanità e mai con una menzione riferita alla capacità di aver ridotto le disuguaglianze rispetto al proprio vicino di casa o all’uomo o alla donna che vive nel punto più lontano del mondo, facendo del proprio legittimo benessere, benessere diffuso.

È noto il comportamento individuale di chi punta ad affermarsi con la “forza”, nella vita quotidiana, familiare, lavorativa, sociale, utilizzando al massimo più che i propri punti di forza le scorciatoie dell’esercizio sregolato della stessa che diventa in alcuni contesti violenza di genere, in altri conflitto armato, in altri utilizzo diffuso delle cattiverie e delle zizzanie, in altri improprio utilizzo degli strumenti a disposizione o espressione di bullismi vari, compresi quelli istituzionali.

È noto, per dirlo con le parole di Gramsci e Berlinguer, che dinanzi a un’insoddisfazione profonda, non basta una qualunque risposta ma è richiesta un’innovazione profonda. Quell’innovazione che spesso ricerchiamo in nuove tecnologie, nelle reti sociali finte come quelle dei social network, nelle forme di intelligenza artificiale, scambiando l’innovazione con le applicazioni tecnologiche e dimenticandoci la più grande banalità irrealizzata della storia che potrebbe rappresentarla: il benessere di tutti e di ciascuno.

Non è arido esercizio intellettuale affermare che quell’innovazione profonda e ancora attualissima dal dopo guerra in poi è ricomporre il senso popolare e di umanità delle nostre comunità, l’unico che può unire le più larghe masse popolari in un obiettivo comune di benessere diffuso che le riporti in pace con se stesse ed eviti l’insinuarsi di forze estranee al loro equilibrio (nel dopo guerra ma ancora oggi potremmo dire erano e sono gli imperialismi occidentali e orientali ma medesima riflessione potremmo fare riferendoci alle organizzazioni criminali).

Se rileggiamo la storia possiamo affermare che i partiti e i corpi intermedi della cd. Prima Repubblica ci hanno provato (la seconda non pervenuta), in un tratto quasi riuscendoci, prima che sfumasse il nuovo paradigma antropologico e culturale di Aldo Moro, prima che politico (perché la persona fonda la politica e non viceversa), con la morte dello statista che fu l’omicidio di quel paradigma (e non solo dell’uomo) il cui mandante è ancora presente nelle nostre vite ed è il germe di chi specula nelle divisioni, anzi di chi non esiste senza le divisioni o di chi non cerca le soluzioni per tutti e per ciascuno perché non ne è capace e/o perché ne trae un’utilità.

Il discorso non è astratto e proviamo a dimostrarlo a partire da due esempi tangibili da tutti senza scomodare la geopolitica: è facile, anzi facilissimo trattare il fenomeno immigrazione affermando, “tutti dentro” o “tutti fuori” dai nostri confini. È molto più complesso ma molto più utile comprendere i punti positivi della contaminazione tra popoli che adeguatamente “programmata” potrebbe portare a ripopolare i nostri borghi e a dare manodopera alle nostre imprese e futuro alle nostre comunità (sempre più spopolate). Non si tratta di aspettare e gestire gli sbarchi ma di programmarli nei paesi di origine in una nuova versione di relazioni estere e diplomazia. In pillole: saputo cosa serve al nostro tessuto produttivo e accertati i lavori che i nostri concittadini non vogliono più fare, perché non affidare alle nostre ambasciate (e ai nostri cooperatori internazionali) il compito di “relazionarsi” in questo nuovo compito di recruting estero togliendo ossigeno ai caporali esteri e a quelli italiani che come è noto sono legati alla criminalità organizzata?

Altrettanto facile è comprendere che riparare è più giusto e più utile che punire e demolire. Preferire la condanna di chi ha sbagliato al tentativo di riparare il rapporto che si è “rotto” tra soggetto attivo e passivo del reato come non solo lo spirito cristiano ma anche la legislazione inizia a tratteggiare (in materia di cd. giustizia riparativa), è meno faticoso (ma più costoso) di “eliminare/rivedere” una condanna se a valle del conflitto si ripristinano la “pace” e le corrette relazioni tra le parti tali da richiedere all’ordinamento di disinteressarsene. Non c’è ferita a ben vedere che si rimargina completamente appagando la sete di vendetta, perché è sete non dissetabile se non rimuove la causa che l’ha generata.

Questa fatica di voler riparare piuttosto che demolire, di voler vincere tutti e sempre piuttosto che vincere con la rabbia dell’avversario sconfitto, è un compito che potremmo declinare ulteriormente e a molti potrebbe apparire poco convincente perché faticoso, o faticoso perché poco convincente. Ma cosa c’è di più faticoso e di gravoso di sapere che la storia dell’altro può domani essere la mia? La storia, quella dell’umanità lo ha più volte dimostrato ai singoli e alle collettività e nessuno può smentirla. Come nessuno può smentire la fallibilità degli esseri umani e la loro mortalità. Ci aiuta un’immagine che può essere l’icona del nuovo corso di come dovrebbero atteggiarsi gli esseri umani: il cipresso, molto presente vicino ai cimiteri e immagine fondante l’esaltazione della vita in un grande dell’arte come Gaudì: un albero fortemente ancorato e profondo nelle radici, tendenzialmente verticali per non danneggiare in larghezza ciò che lo affianca e gli è vicino, proiettato verso l’alto per avere invece lo sguardo largo che evita il conflitto spesso causato da chi non guarda oltre il proprio naso e la costante consapevolezza (laica e cristiana nello stesso tempo) che l’esistenza terrena non è eterna.

Foto in evidenza di Paweł L.

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Gianluca Budano

Welfare manager pubblico, esperto in materia di politiche socio-sanitarie, ha diretto numerose amministrazioni pubbliche, anche in funzione di sovraordinato del Ministero dell’Interno in Comuni sciolti per infiltrazioni mafiose. Co-Portavoce nazionale di Investing in Children – Alleanza per l’inclusione e il benessere dei minori in Italia, già Consigliere di Presidenza Nazionale ACLI, Consigliere di Amministrazione di Terzjus – Osservatorio Nazionale di diritto del Terzo Settore, della filantropia e dell’impresa sociale, componente del Direttivo Nazionale del Forum delle Associazioni Familiari, dirigente di Avviso Pubblico – Associazione di Enti Locali e Regioni contro le mafie.