Welfare e salute

 

Cittadini, sicurezza, salute e lavoro

 

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Livelli essenziali di prestazione omogenei in Italia. Questo è Recovery

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Foto di Sasin Tipchai da Pixabay

La prima sfida del governo Draghi è assicurare la stessa sanità a prescindere dalla latitudine

Un tempo straordinario non richiede effetti speciali, ma come è stato dopo le grandi guerre e i grandi drammi della storia in genere, si riparte dalla passione per l’uomo e l’uomo, o meglio la persona, vive il territorio (prossimità) e la comunità; ogni recupero (recovery) diverso rischia di non essere a sua misura.
La pandemia ha messo in evidenza le carenze del sistema sanitario pubblico, in particolare sul versante della prossimità delle cure. Anche territori definiti “eccellenze sanitarie”, non hanno retto al carico ospedaliero, pagando la riorganizzazione sanitaria dell’ultimo ventennio che ha ospedalizzato le cure e burocratizzato la medicina generale di base, creando un vero e proprio imbuto ospedaliero o situazioni peggiori di totale assenza della presa in carico (si veda il caso dei soggetti non autosufficienti soli o dei cittadini in condizioni di svantaggio geografico nell’accesso alle cure).

Il tutto nel Paese che, tra i tanti ritardi sociali e assistenziali, è ancora lontanissimo dalla copertura totale del fabbisogno di assistenza domiciliare ai soggetti non autosufficienti, con differenze geografiche allarmanti che confermano il dramma, soggetto alla variabile indipendente del luogo in cui nasci, da cui discende la tua speranza di vita e il tuo livello di benessere in generale. Stesso ragionamento potremmo fare per la copertura dei posti nido.

Il nostro sistema di welfare e di salute si fonda su diritti costituzionalmente garantiti, universali nella forma, nella sostanza universali solo nella misura in cui tutto il bisogno trova una risposta. Ma il nostro sistema di welfare è davvero universalistico? La dotazione del recovery plan ammonta a 209 miliardi di euro (418 milioni di miliardi delle vecchie lire!!!) che hanno la finalità principale di “recuperare” rispetto agli effetti negativi che la pandemia ha prodotto, per progettare e concretizzare la ri-partenza, che non può prescindere dalla garanzia di soddisfazione dei bisogni vitali dei cittadini.

È insomma giunto il tempo della sostanziale universalità dei diritti “sociali”, riformando il nostro sistema di benessere e salute, con la consapevolezza che non è un problema di sole risorse economiche, ma nell’altrettanto certezza che la disponibilità di risorse economiche è condizione necessaria, se pur non sufficiente, perché tutto ciò avvenga.

Il recovery plan può essere una straordinaria occasione per cambiare il paradigma di assistenza sanitaria nel nostro Paese sul versante della soddisfazione totale dei bisogni cogenti dei cittadini, in particolare i più fragili per fisiologiche ragioni anagrafiche, come bambini e anziani. Altrimenti che ripartenza possiamo progettare se il Paese non garantisce il benessere di chi ci vive, a partire da chi sta male, da chi è solo o semplicemente da chi è “piccolo”, perché è un bambino e rappresenta il futuro, o perché le condizioni di senilità o di non autosufficienza lo hanno nuovamente reso tale?

Non c’è ripartenza senza prossimità e senza comunità!

Prossimità delle cure, finanziando un grande piano di medicina e welfare territoriale, che riformi la medicina di base con l’obiettivo di riportare i medici nelle abitazioni dei cittadini (in particolare quelli cronici), introducendo anche a supporto infermieri di comunità a supporto della domiciliarizzazione della medicina preventiva per i soggetti fragili e non autosufficienti.

Prossimità del monitoraggio, con la diffusione della telemedicina e della teleassistenza in tutto il territorio nazionale, facendo dell’innovazione tecnologica un elemento di vicinanza e non di distanza dai cittadini, per far si che nessuno sia mai più solo e per evitare quelle numerose fattispecie di sanitarizzazione del sociale, fatte di ospedalizzazioni improprie e di prese in carico inadeguate.

Ospedali e ambulatori di comunità, che recuperino rispetto all’azzeramento di tanti nosocomi di territorio chiusi nell’ambito dei piani di riordino, senza compensare con strutture intermedie, di comunità appunto, che facciano sentire i cittadini “sicuri”, rispetto a una cura da ricevere o rispetto a un evento che può accadere, azzerando la vergognosa piaga della povertà sanitaria, specie quella minorile.

Senza voler parlare con l’atteggiamento di chi affronta i problemi con il senno di poi, non possiamo sottacere che prossimità e comunità sono il binomio utile che avrebbe fortemente rallentato l’ecatombe pandemico. Sono anche, però il binomio imprescindibile di chi vuole un piano di recupero (dalla traduzione letterale di recovery) vero, fondato sulla coesione e sicurezza sociale, senza la quale non c’è economia e sviluppo che regga, come la drammatica stagione pandemica ci ha duramente rappresentato.

Infine, per il Mezzogiorno, il vero recovery non può che partire per il recupero delle disuguaglianze sociali, molto più importante delle opere infrastrutturali fisiche e catalizzatore esponenziale delle infrastrutture sociali.

La spesa sociale pro capite non può oscillare tra i 160 euro dell’Emilia Romagna, i 116 della media nazionale e i 22 della Calabria (dati Istat 2016): sono sperequazioni drammatiche e intollerabili che il senso di civiltà non può tollerare, specie se come avviene in sanità è tutta una questione di criteri di riparto, con il raddoppio delle capacità di spesa dell’Emilia Romagna rispetto alla Puglia a parità di popolazione. Ma la sorte di una persona fragile può dipendere ancora dal luogo in cui risiede, quasi facendogliene una colpa?

La soluzione: livelli essenziali delle prestazioni sociali omogenei a prescindere dalla latitudine. Questa è la prima sfida che ha davanti il governo Draghi, questo è il principale campo di battaglia della classe dirigente del Mezzogiorno o meglio quella dei territori svantaggiati, perché il Sud è al plurale (“i sud” come li definisce il Prof. Viesti) e una comunità montana del Nord o una periferia di Milano, ha problemi molto simili a un territorio dell’entroterra del sud! Insomma il tema è la coesione territoriale (e più in generale sociale) e il recovery plan è l’ultima spiaggia per mettere fine a queste penose disuguaglianze che non consentono di realizzarla.

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Gianluca Budano

Welfare manager pubblico, esperto in materia di politiche socio-sanitarie, ha diretto numerose amministrazioni pubbliche, anche in funzione di sovraordinato del Ministero dell’Interno in Comuni sciolti per infiltrazioni mafiose. Co-Portavoce nazionale di Investing in Children – Alleanza per l’inclusione e il benessere dei minori in Italia, già Consigliere di Presidenza Nazionale ACLI, Consigliere di Amministrazione di Terzjus – Osservatorio Nazionale di diritto del Terzo Settore, della filantropia e dell’impresa sociale, componente del Direttivo Nazionale del Forum delle Associazioni Familiari, dirigente di Avviso Pubblico – Associazione di Enti Locali e Regioni contro le mafie.